Più continuiamo a conoscere, più continuiamo a sentire queste storie come le nostre storie, più riusciremo a costruire un' Italia diversa. R. Saviano

Lo sguardo di Ulisse...ricordanto matteo Salvatore

Matteo Salvatore per diritto di appartenenza era e resta la voce e l’urlo della Storia delle genti di Capitanata. Tra ballate, aforismi, storie di vita vissuta Matteo ha raccontato un’epoca profondamente radicata nel nostro presente.“Buona sera, io sono Matteo Salvatore, e adesso facciamo un po’ di cultura. La cultura della mia terra, il Gargano”. Così inaugurava i suoi spettacoli Matteo, con chiarezza fin dalle prime parole.
Lui sì che sapeva cosa significa “cultura”: memoria, rispetto delle radici, amore per la gente, passione per le loro storie, la loro vita. Quando cantava era come se cantasse per ognuno dei presenti ai suoi concerti, non per un indefinibile numero di spettatori, ma per ognuno di loro, “uno per uno”. Animato sempre da grande entusiasmo Matteo non nascondeva mai l’emozione di abbracciare il pubblico nella dimensione che più amava, quella della piazza.Massimo esponente della canzone popolare del XX secolo, ma di quella d’autore, Matteo Salvatore è sempre riuscito ad immergersi totalmente nel patrimonio di storia, sentimenti e tradizioni popolari esprimendoli con il proprio modo di sentire e di fare musica, più unico che raro. Matteo è stato e resta una sorta di storiografo attento e al contempo un poeta commosso e smaliziato. Le storie che ha cantato e che ci ha lasciato le ha interpretate con entusiasmo e con grande passione sempre, accompagnate dal suono di una impeccabile chitarra: un grande repertorio di sua composizione nel quale ha saputo trasfondere con semplicità e professionalità i secolari temi dell’amore, della passione, della sofferenza, della vitalità delle sue genti. Matteo commuoveva senza mai cadere nella retorica con i temi del ricordo; ironico fino alla sferzata, sempre rispettoso della tradizione dei cantastorie; portavoce dell’animo e dei gusti popolari di cui è stato capace farsi straordinario interprete. Attraverso la sua voce forte e vibrante, acuta, spesso stridula, accompagnata da una chitarra colta, ha diffuso la storia della sua terra. La sue parole rimbalzavano sulla sua musica a volte dure come pietre, malgrado le note musicali allegre. Ha raccontato la sua storia che è la vera Storia del suo popolo, delle sue gioie e delle sue sofferenze. Efficace testimone di una lontana e perduta tradizione, ha manifestato sentimenti, esperienze, sogni, frustrazioni di un passato prossimo che ha allungato le sue propaggini nel nostro presente. Per oltre mezzo secolo Matteo ha cantato la sua terra che nonostante la modernizzazione, non ha ancora visto rimarginare le cicatrici delle sue innumerevoli perdite: la perdita delle proprie radici culturali messe in crisi da una errata interpretazione del moderno (sic!) pensiero globalizzante. Eppure, come ha tenacemente e caparbiamente testimoniato fino alla fine Matteo, è ancora possibile rintracciare i valori legati al mondo e alla visione di una tradizione e di una civiltà che formano l’humus da cui trae linfa la resistenza quotidiana di una umanità altrimenti disorientata. Lui lo ha fatto per tutta la vita, era la sua ancora di salvezza e al contempo la sua lotta senza sosta nella convinzione che nonostante il dolore, la povertà e l’ingiustizia, il domani può essere migliore. La sue canzoni pervase da dolorose memorie, da disperate invocazioni, da richieste d’amore o da allegre ballate sanno riequilibrare il peso del dolore e della fatica di vivere, liberando l’uomo dalla morte quotidiana, aprendogli uno squarcio d’eternità. Il suo canto divenne da subito un elemento di comunicazione per eccellenza, oltre a rappresentare un inimitabile veicolo di denuncia e di espressione culturale. Le canzoni di Matteo restano documenti insostituibili e preziosi di modi di pensare, di lavorare, di denunciare. Matteo è riuscito a far convivere la tradizione garganica con un gusto aperto verso la canzone d’autore. Ma, attenzione, quel che si intuisce dall’ascolto delle sue opere è che questa dimensione più ampia l’abbia in gran parte cercata semplicemente dentro sé stesso tanto è naturale, fluente e circuente il suo mondo musicale. Un’intera vita letteralmente avvolta da sonorità vere e vive; ascoltarlo è una esperienza che non può lasciare indifferenti, la sue canzoni non lasciano nulla di uguale. Dopo l’ascolto di Matteo che narra e canta, nessun occhio può restare cieco, nessun orecchio sordo, nessuna bocca resta muta. Autore fatto d’amore, d’asprezza temperata, di ricchezza espressiva, cantava e raccontava come sfogliando un libro di immagini, ed ecco via via i suoni, le storie raccontate, i personaggi ritratti e ancora l’attimo fuggente e i sogni, spesso gli incubi, le visioni fra realtà e fantasia, le invocazioni, le imprecazioni. Uomo dei Sud esprimeva le ansie, i valori, le attese e le sofferenze di sempre. Non c’è serenità buonista né arcadia nel mondo musicale di Matteo, nemmeno la memoria sembra tranquillizzante. I suoi legami con la terra d’origine, il Gargano, restano soprattutto di tipo culturale, inevitabili per un autore che ha sempre scavato nelle radici popolari espresse essenzialmente nel cantato in dialetto e nel racconto autobiografico che sa farsi universale. Matteo è stato a suo modo uno dei rari e insuperabili interpreti delle angosce e del disincanto di chi ha vissuto il XX secolo ed è stato catapultato nel XXI. Che sia poetica trasognata o canto rabbioso, la propensione musicale di Matteo non lasciava mai indifferenti. In essa si erano stratificate storie antiche e voglia di esprimersi senza nostalgie gratuite. La sua ricerca musicale ha rafforzato il senso di intreccio fra canzone d’autore e poetiche popolari, ravvivando antiche sonorità, tradizioni e sentimenti riscoprendone l’universalità attraverso un senso di identità forte e meditato. Matteo è stato un autore infaticabile, agitatore capace di proporre soluzioni inedite nella musica resistendo come ha potuto all’omologazione e all’insipienza . Matteo ha nutrito intimamente, fino alla fine la legittima vanità che il suo lavoro poteva arginare l’inevitabile oblio. Matteo era fatto di sole e di pietre, di luci abbaglianti e d’improvvisi tagli d’ombra, di antiche e moderne sofferenze. Cantore fortemente legato alle proprie radici, rispettoso della tradizione ma pronto a reinterpretarle con sempre nuova e rara intensità. A lui resta legata l’idea di un instancabile “trovatore” velato da una malinconia mai risolta. Un artista fuori dal coro che ha cantato e urlato la sua e nostra Storia con voce forte e nitida. I suoi occhi guardavano sempre oltre, il suo era lo sguardo di Ulisse.
 
Sinuhe da Foggia

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