Più continuiamo a conoscere, più continuiamo a sentire queste storie come le nostre storie, più riusciremo a costruire un' Italia diversa. R. Saviano

Quegli strani Celti del sud

da celticworld.it
Un concetto sul quale ho spesso insistito, è l’inutilità e l’assurdità di usare il riferimento all’eredità celtica per discriminare gli Italiani del sud da quelli del nord.
La circostanza che un grande appassionato di cultura celtica abbia un nome dalle chiare origini meridionali, come Fabio Calabrese, può essere considerata accessoria, come è da considerarsi altrettanto accessoria la circostanza che pure chiare origini meridionali riveli il nome del miglior suonatore italiano di arpa celtica, il Maestro Vincenzo Zitello; Sarebbe facile ridurre tutto ciò ad influenze ambientali, se non fosse per il fatto che il celtismo non è per nulla maggioritario, non è una moda, non è il tipo d’interesse che scatta se non esistono consonanze profonde.
Tuttavia il fatto è che l’impronta celtica non è circoscrivibile ad una parte soltanto del nostro territorio nazionale. Come è risaputo, la conquista della Gallia da parte di Cesare fu una gigantesca operazione di pirateria che aveva come scopo soprattutto l’approvvigionamento di schiavi. Decine, forse centinaia di migliaia di Celti furono “importati” in catene in tutta Italia, e paradossalmente la grande sconfitta della nazione celtica permise ai Galli quello che non erano riusciti ad ottenere ai tempi del loro splendore: aprirsi la strada verso l’Italia centrale e meridionale, dove si erano trovati il cammino sbarrato da Etruschi e Latini.
La riprova più convincente di ciò si trova forse nella presenza nell’italiano di un discreto numero di parole di origine celtica, e la cosa più interessante è il fatto che sono parole che si riferiscono a cose di uso assolutamente comune: “carro” (celtico “car”), “cavallo” (celtico “capal”), “capanna”, “cabina” (celtico “caban”). L’italiano, lo sappiamo, non deriva dal latino dotto, letterario ed aulico che abbiamo imparato sui banchi del liceo, ma dal latino popolare, quello che i Romani stessi chiamavano “vernaculum”, letteralmente la lingua dei “vernae”, degli schiavi. E’ probabile che l’impronta anche genetica trasmessa dai Celti agli Italiani di oggi, anche al di fuori dell’area propriamente cisalpina sia nettamente superiore a quella lasciata, ad esempio dai Goti, dai Longobardi, dai Normanni.
Tutto ciò, però, è ancora poco per spiegare come mai nell’Italia centro – meridionale, ben lontani dall’area cisalpina si ritrovino, almeno in alcune aree, tracce di quella che non si saprebbe proprio come classificare altrimenti che come una presenza celtica. L’Italia, ad esempio, è piuttosto povera di monumenti megalitici. Uno dei più belli e dei più noti, ad esempio, è il dolmen che si trova a Minervino (Lecce), guarda caso, nella stessa provincia ed a non molti chilometri di distanza dal luogo dove è nato mio padre.
Questa presenza “celtica”, rilevabile sia dalla presenza di monumenti preistorici, sia dal folklore e dalle tradizioni popolari, in particolare quelle connesse con il “giorno dei morti” che presentano sorprendenti parallelismi con la tradizionale ricorrenza celtica di samain, si trovano concentrate soprattutto in Puglia e nel Molise, e non può certamente essere un caso.

Sul n. 154, dell’agosto 2005, della rivista di divulgazione scientifica “Focus”, è apparso un articolo di Franco Capone, in collaborazione con Giacinto Mezzarobba, il cui titolo ha il potere di far sobbalzare: I pagani sono ancora fra noi, anche se il contenuto risulta all’atto pratico abbastanza deludente, poiché non parla, come ci si sarebbe potuti aspettare, delle comunità pagane europee giunte fino alla nostra epoca attraverso due millenni di persecuzioni, od anche del neopaganesimo che oggi rinasce un po’ dappertutto (tutte cose di cui è probabile che i due redattori di “Focus” non abbiano mai sentito parlare), ma soltanto delle sopravvivenze di riti e tradizioni pagane che sono rimaste, per così dire, incrostate nel cristianesimo, di un paganesimo, dunque, essenzialmente inconsapevole e, ad ogni modo, il discorso è limitato all’Italia, altrimenti avrebbe richiesto probabilmente una ricerca di ben altro spessore.

Fatte tutte queste tare, però, l’articolo contiene spunti di notevole interesse antropologico. Per quanto riguarda le tracce, le sopravvivenze di religiosità celtica – la cosa è abbastanza ovvia – si trovano concentrate soprattutto nel nord, in particolare nell’area triveneta ma, sorprendentemente, si evidenzia la presenza di un’enclave pugliese – molisana. Per quanto riguarda le sopravvivenze materiali di culti celtici si fa riferimento ad esempio ad un’ara sacrificale con tre teschi scolpiti che si trova vicino ad Aviano in provincia di Pordenone ed alle cosiddette “sedie delle streghe”, altre probabili are celtiche che si trovano nell’Alpe di Siusi (Dolomiti), ma per trovare altre importanti tracce “celtiche” occorre spostarsi molto più a sud. Nei pressi di Isernia è segnalata un’antichissima area sacra, di origine verosimilmente preistorica dove erano adorati quelli che non si saprebbe definire altrimenti che come dei menhir, che sono presentati nell’articolo come “grandi pietre in forma fallica” verosimilmente connesse con il culto di Priapo. Senza escludere del tutto una tale interpretazione, occorre però ricordare che per gli antichi pagani e Celti, a differenza di quanto accade con il cristianesimo, la sessualità non era per nulla percepita come qualcosa di “spregevole”, “basso”, “peccaminoso”, ma come un aspetto fondamentale dell’esistenza, con evidenti riflessi anche nel rapporto fra l’uomo e il trascendente.
Se ci spostiamo ancora più a sud, troviamo a Calimera (Lecce) un singolare masso forato che forma una sorta di dolmen naturale che è ancora oggi oggetto di culto. I fedeli usano ancora oggi passare attraverso il foro del masso in quello che un tempo era un rito propiziatorio connesso alla nascita, ed oggi durante la processione di pasqua simboleggia la rinascita del credente.
Ma le testimonianze più impressionanti non sono probabilmente quelle offerte dall’archeologia, quanto piuttosto quelle che ci vengono dalla tradizione popolare e dal folklore; nelle stesse zone, infatti, sono ancora vive (o lo erano fino a poco tempo fa, in attesa di essere rimpiazzate da un halloween americanizzato e commercializzato), tradizioni ed usanze che presentano una somiglianza impressionante con la tradizione celtica di samain.
Un punto sul quale occorre essere chiari è questo: i rituali connessi con la morte e l’aldilà, il ricordo degli antenati defunti, la speranza in una forma di sopravvivenza dopo la morte fisica hanno una posizione assolutamente rilevante in tutte le religioni ed in tutte le culture umane; si pensi solo, per fare un esempio, all’antico Egitto, le piramidi egizie sono probabilmente i più imponenti monumenti funerari che una cultura umana ci abbia lasciato; e tutto il resto, dalle pratiche d’imbalsamazione al culto di divinità come Osiride ed Anubi, e molto altro si potrebbe certamente dire per molte altre culture, ma per quale motivo specialmente dedicato al culto dei morti dovrebbe essere il periodo della fine di ottobre o dei primissimi giorni di novembre, piuttosto che un qualsiasi altro momento dell’anno?

A noi la cosa può forse sembrare ovvia, perché il cristianesimo ha fatto propria quest’antichissima tradizione europea e l’ha diffusa in ogni angolo del mondo (dove magari è stata reinterpretata sulla base delle preesistenti culture locali, si pensi ad esempio al “dia de la muerte” messicano che, rifacendosi appunto a tradizioni azteche, non è tanto il giorno in cui si ricordano i morti, ma quello in cui si celebra la morte), mettendoci sopra il suo marchio, spostandola di un giorno, al 2 novembre, così come il sabato ebraico è stato spostato alla domenica cristiana, mentre il 1 novembre è diventato ognissanti (per gli anglosassoni “all – holy – event”, degenerato linguisticamente in “halloween” mentre il culto dei defunti è degenerato in una carnevalata con qualche tocco macabro).

Tuttavia, se proviamo a rifletterci un attimo, ci accorgiamo che non è ovvio per nulla; in definitiva, allora, perché questa collocazione temporale e non un’altra?

E’ chiaro che ciò riflette una concezione precisa: per gli antichi Celti la fine dell’anno e l’inizio dell’anno nuovo erano collocati alla conclusione del mese nel quale cade l’equinozio di autunno – ottobre – così come invece per i Romani, per il cristianesimo, per la cultura occidentale in genere, essi cadono alla fine di dicembre, il mese in cui cade il solstizio invernale.

Tra la fine di un anno e l’inizio dell’altro, tra l’estinguersi di un vecchio “ordine” che è sia umano sia cosmico, e l’avvento di un “ordine” nuovo, vi è un momento di transizione che non appartiene a nessuno dei due anni, a nessun “ordine”, nel quale non vige alcuna legge, né umana né cosmica e tutte le barriere cadono, compresa quella che separa il mondo dei morti da quello dei vivi: samain, la “notte fuori dal tempo”.

Tutto ciò ci porta ad una conclusione: se noi in alcune zone precise dell’Italia meridionale – che poi sono le stesse nelle quali troviamo “l’area sacra” con i menhir di Isernia, il dolmen di Minervino e il quasi – dolmen di Calimera, troviamo anche credenze e consuetudini popolari molto simili alla tradizione celtica di samain e riferite alla stessa fascia temporale, allo stesso periodo dell’anno, ciò non è per nulla “ovvio” ed assai difficilmente può essere spiegato come una semplice coincidenza, ma è di gran lunga più ragionevole supporre una comune ascendenza etnico – culturale, per quanto indietro nel tempo la si debba cercare.

Io credo di avervi già riferito altre volte quest’episodio. Un giorno, molti anni fa, in una compagnia di conoscenti, una signora che si era recentemente trasferita al nord, espresse una certa sorpresa per il fatto che alle nostre latitudini vi era l’usanza dei regali per i bambini da collocare sotto l’albero la notte di natale, e per il fatto che li si attribuisse a Babbo Natale, mentre dalle sue parti i regali venivano consegnati ai bambini il 2 novembre, dicendo che erano stati “i morti” a portarli.

Un’altra signora presente nel nostro gruppo commentò che trovava tale usanza insopportabilmente macabra. Io sono considerato una persona piuttosto riflessiva e tranquilla, ma quando mi sento punto sul vivo, reagisco con molta enfasi, ed in questo caso mi sentii direttamente chiamato in causa come strenuo paladino di tutto ciò che è identitario.

Scattai, reagendo con impeto, ed affermando che a mio parere una simile usanza non era per nulla macabra, ma al contrario molto poetica. Cosa era meglio, dissi, che un bambino ricevendo un regalo si ricordi di un nonno o di uno zio che non ci sono più, o pensi ad un consumistico Babbo Natale inventato dai pubblicitari e dai designer della coca cola, il cui costume è rosso orlato di bianco, appunto, in sintonia con i colori dell’etichetta della famosa bibita americana?

Sebbene da allora siano passati vent’anni all’incirca (e non so se nel frattempo i paesani non si siano adeguati alle usanze più diffuse e consumistiche), ricordo bene che il paese d’origine di questa signora meridionale era Sannicandro Garganico (Foggia), precisamente ubicato nella zona di cui stiamo parlando.

Sempre nella medesima area, ma un po’ in tutta la zona fra Puglia, Molise e Campania, era diffusa l’usanza, la sera “dei morti” di lasciare sulla tavola gli avanzi della cena, perché i parenti defunti che tornavano a visitare la casa potessero nutrirsene, assieme alla credenza che se non lo si fosse fatto, i morti si sarebbero vendicati con qualche dispetto. E’ ben visibile che il “dolcetto o scherzetto” di halloween deriva da un’usanza identica, con la variante che i bambini sono chiamati ad impersonare le anime dei morti (e la relativa trasformazione del rito per i defunti in un travestimento macabro).

Alcuni mesi fa, nell’imminenza dell’ultimo samain/halloween, mi sono trovato a chiacchierare con una mia allieva, originaria da Casal di Principe (Caserta) – Campania, ma non molto distante dalle zone che stiamo considerando - (e d’altra parte, perché nascondervelo? Quella conversazione è stata l’origine del presente articolo), che mi ha riferito che al suo paese vigeva la convinzione tradizionale che affacciandosi alle finestre di casa la notte “dei morti” - sconsigliabilissimo nella circostanza trovarsi fuori dall’abitazione – era possibile scorgere le ombre dei defunti aggirarsi per le strade, non solo, ma che era addirittura possibile riconoscere, guardando con attenzione, i parenti venuti a mancare, e – mi ha riferito – quando era bambina (il che significa al massimo una quindicina di anni fa), il suo grande motivo di frustrazione era che in quella circostanza non le era consentito affacciarsi alla finestra, ma si riteneva che fosse di grave malaugurio che un bambino scorgesse le anime dei defunti.

Io direi che qui non è il caso di scomodare Piero Angela e il CICAP per fare indagini: accettiamo tale credenza come documento storico – antropologico a prescindere dal suo contenuto oggettivo.

Questi “strani Celti del sud” in definitiva da dove venivano? Chi erano, anzi chi sono, dato che hanno lasciato una traccia arrivata fino a noi? L’immissione di Celti come schiavi in tutta l’Italia all’epoca di Cesare non può essere una spiegazione sufficiente. Certo a degli schiavi non sarebbe stato consentito erigere un monumento come il dolmen di Minervino, e di certo si tratta di una costruzione più antica dell’età romana, e “l’area sacra” di Isernia coi suoi menhir risale alla preistoria.

Per rispondere a questa domanda che mi tocca da vicino, poiché io per ascendenza paterna sono uno di loro, è utile un esame della situazione antropologica dell’Italia prima dell’espansione romana.

Il gruppo di popolazioni più numeroso dell’Italia preromana, quello che da molti studiosi è considerato il gruppo degli Italici veri e propri, è il gruppo latino – osco – umbro, che comprende anche Sabini, Sanniti, Bruzii della Calabria e Siculi; si tratta di un gruppo relativamente compatto, esteso per buona parte della penisola italiana, dal bacino del Tevere alla Sicilia. Gli Italici erano certamente di origine indoeuropea.

A nord del Tevere, con un territorio che fino all’irruzione dei Celti nella Valle Padana arrivava fino all’arco alpino, c’erano gli Etruschi. Gli Etruschi, è noto, parlavano una lingua non indoeuropea e che non sembra presentare analogie con nessun altro gruppo linguistico conosciuto. L’origine degli Etruschi, anche questo è cosa nota, è stato un problema fra i più dibattuti da antropologi, archeologi, linguisti, della preistoria italica; oggi sembra aver trovato una risposta: gli Etruschi sarebbero derivati direttamente dai Terramaricoli e dai Villanoviani, rappresenterebbero dunque il fondo originario autoctono della popolazione italiana, precedente alle invasioni indoeuropee.

Nell’angolo nord – occidentale della Penisola c’erano i Liguri, il cui territorio non comprendeva soltanto la Liguria attuale, ma gran parte del Piemonte, e che a loro volta non erano che l’estremità orientale di un vasto complesso di popolazioni “liguri” esteso su gran parte della Gallia meridionale, probabilmente di origine non indoeuropea. Erano invece indoeuropei, ma appartenenti ad un ramo diverso da quello latino – osco – umbro, i Veneti stanziati a nord – est, che erano a loro volta imparentati con i Veneti o Vendi che in Gallia abitavano la foce della Loira. Sardi e Corsi rappresentavano un gruppo reciprocamente imparentato, ma isolato e fortemente “insulare” con caratteristiche tutte proprie dal punto di vista linguistico, culturale ed anche genetico – biologico (come hanno chiarito le ricerche, in particolare, di Cavalli – Sforza).

Su questo quadro già abbastanza articolato e complesso, vengono ad inserirsi prima la conquista celtica della Valle Padana, poi la colonizzazione greca e quella cartaginese di alcune aree dell’Italia meridionale.

Ma i nostri “Celti del sud” da dove arrivano?

L’area che abbiamo preso in considerazione (Puglia e Molise) è stata oggetto di

colonizzazione da parte di indoeuropei appartenenti ad un ceppo diverso da quello latino – osco – umbro, da popolazioni come gli Iapigi ed i Messapi, di ceppo illirico, provenienti dall’altra sponda dell’Adriatico che davanti alle coste pugliesi (canale d’Otranto) è stretto e tutt’altro che difficile da attraversare.

Gli Illiri erano una popolazione indoeuropea, stanziata fra il Danubio e l’Adriatico, nell’area che fino a tempi molto recenti è stata in gran parte occupata dallo stato jugoslavo.

Sappiamo che gli Illiri non erano slavi, a differenza della maggior parte delle popolazioni che oggi abitano la loro antica patria. Gli Slavi, un tempo stanziati nell’Europa di nord – est e del tutto sconosciuti all’antichità classica, migrarono verso il sud e l’ovest fra il quinto e l’ottavo secolo dopo Cristo, dopo che le migrazioni dei popoli germanici e soprattutto la terrificante epidemia di peste nota come “peste di Giustiniano” (dieci milioni di morti secondo lo storico bizantino Procopio di Cesarea) ebbero fatto il vuoto davanti a loro.

Della lingua illirica sono rimaste ben poche tracce, nella toponomastica e nei nomi di persona che ci sono stati tramandati: abbastanza per capire che si trattava di una lingua indoeuropea, ma poco altro. Sappiamo che si trattava di un popolo frugale e fiero di agricoltori, pastori e montanari, che Roma faticò non poco a sottomettere, ma una volta inseriti nello stato romano, gli Illirici gli fornirono buoni amministratori ed ottimi legionari. Nel III secolo, quando l’impero romano sembrava sul punto di sfasciarsi, fu una serie di imperatori di origine illirica, il più illustre dei quali fu Diocleziano, a salvare la situazione e ad almeno ritardarne la decadenza.

Gli Illiri con tutta probabilità ebbero molto a che fare con i Celti. Occorre ricordare che i Celti non erano stanziati solo nelle Gallie, ma che un importante ramo celtico si era insediato nell’area danubiana dove diede vita alla cultura di Hallstatt (che prende il nome da una località austriaca), che ancora in età imperiale romana Traiano, pur consapevole che Roma aveva raggiunto un’estensione territoriale sin troppo vasta e con impellenti problemi di difesa dai popoli barbarici confinanti, si gettò nell’impresa azzardata della conquista della Dacia (attuale Romania) perché i Daci erano gli ultimi Celti liberi, ed i Celti, ancora in età imperiale, erano temuti da Roma più degli stessi Germani, ed infine che una propaggine di questo ramo, raggiunse persino l’Anatolia (odierna Turchia) dove una regione, la Galazia, dove si stanziarono, porta ancora oggi il nome dato ai Celti dai Greci (Galati).
E’ possibile che gli Illiri abbiano subito una forte influenza celtica o che fossero fin dall’origine un popolo strettamente imparentato con i Celti, od addirittura una propaggine del ramo orientale – danubiano del mondo celtico.
Se questa ipotesi è vera, allora, non solo questi “strani” Celti del sud non appaiono strani per nulla, e non vi è nessun motivo di meraviglia nel trovare nella Puglia illirica una forte presenza di cultura celtica, ma addirittura, poiché la conquista celtica della Valle Padana è avvenuta in un’epoca relativamente tarda, Iapigi e Messapi, gli illiri pugliesi sarebbero i Celti più antichi d’Italia.
Alla fine, la nostra ricerca ci ha portati a riscoprire un’altra, e non secondaria, con ogni probabilità, radice del nostro essere Celti e del nostro essere italiani.

Fonte: celticworld.it

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10 commenti:

  1. I Celti sono arrivati in ogni angolo del mondo conosciuto prima di qualunque altro popolo, India Cina e Nord Europa. C'è chi sostiene che gli odierni bramini indiani, discendono da gruppi di druidi emigrati in quelle zone. La loro forte influenza sul territorio italiano, anche per le conquiste di Brenno con il successivo vassallaggio da parte di Roma. Popolo misterioso, laborioso, guerriero e colto che al giorno d'oggi soparavvive in remote zone della francia e dell'inghilterra

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  2. grazie

    purtroppo sull'argomento si sfocia facilmente nelle legende

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  3. Ottima analisi, piena di spunti interessanti e condivisibili.
    Parola di gallo cispadano!

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  4. Luciano Comelli27 giugno 2011 16:22

    Interessante, ma poco fondato.
    Prima di tutto gli illiri NON erano celti, quantunque in pannonia siano attestate situazioni di ibridazione culturale, in cui genti illiriche avessero acquisito tratti di cultura celtica (come accaduto secondo le fonti classiche ai Venetici). Ma questo non NEI balcani, solo in pannonia ben lontano quindi dall'italia meridionale.
    Secondo poi la cultura illirica dei balcani meridionali (da cui provenivano verosimilmente i messapi del salento) è quella, secondo tutte le fonti, ad aver resistito piu a lungo in forma conservativa, non solo agli influssi celtici del nord ed a quelli greci del sud, ma anche a quelli romani, prova ne sia che l'ultimo "scampolo" di balcani non-latinizzato nel linguaggio ma rimasto illirico è, ancora oggi, l'Albania. Cosa che l'autore non cita, ignorando (volutamente o involontariamente) l'origine chiaramente illirica e assolutamente NON CELTICA della sia lingua albanese, sia dei dialetti arbreshe parlati in alcuni paesi dell' italia meridionale (sopratutto calabria, ma anche puglia). NULLA A CHE FARE COL MONDO CELTICO PERO'.
    Altro errore madornale è assimilare i DACI conquistati da traiano con i celti, con avevano ben poco a che spartire, anche se dei gruppi molto particolari di celti o celtofoni si stabilirono in una zona dell'attuale ucraina non molto distante dalla romania-dacia, zona chiamata dai romani, per l'appunto, GALIZIA.

    Quindi prove o anche solo indizi che la cultura celtica sia arrivata nel meridione italiano in epoca romana o preromana, non ce ne sono assolutamente, dato che tutto questo discorso per i motivi detti non regge.

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  5. Luciano Comelli27 giugno 2011 16:23

    Però queste somiglianze culturali tra sud-est italiano e nord-est sono innegabili, quindi bisogna cercare altrove (o in un altro periodo storico) la ragione di ciò!

    Getto due ipotesi:
    1) dominazione longobarda: i longobardi erano un'elite guerriera di origine germanica, che controllò mezza italia nell'alto medioevo, stanziandosi (e poi assimilandosi) in particolare nel nord-est (Friuli) e nel sud-est (Irpinia).
    Non è da escludere che, essendo originari della germania ma "passati" per numerosi genti già celtiche fossero portatori di usanze e credi ANCHE celtici, come non è da escludere che gli strati bassi (guerrieri) della loro elite fossero composti anche da celti. Oppure che la comune familiarità dinastica tra longobardi friulani ed irpini non abbia in qualche modo favorito il trasferimento di usanze e culti dal friuli alla zona meridionale d'italia.
    2) migrazioni tardomedioevali: gran parte della popolazione continentale del sud italia non è GENETICAMENTE autoctona: infatti a seguito di vari eventi (epidemie, terremoti, dominazioni straniere) in diverse epoche storiche ampie zone spopolate del sud sono state popolate tanto da profughi dell'oltremare orientale (slavi, greci ma sopratutto albanesi), quanto da coloni dell'italia settentrionale e della francia meridionale: ancora oggi ad esempio gran parte dell'area potentina presenta caratteristiche dialettali residue di origine galloromanza, per non citare le piccole enclavi di lingua provenzale ed arpitana miracolosamente sopravvissute e forse poche superstiti di un numero piu vasto di colonie di origine alpina.
    Spesso si sottovaluta questo fenomeno, oggi acclarato dalla storia e dalla ricerca, perchè essendo costoro in maggioranza di lingua comunque neolatina, si sono assimilati più facilmente dal punto di vista linguistico nei dialetti meridionali, e della loro originaria specialità etnica si è spesso persa memoria.
    3) un'ipotesi anteriore invece è quella della matrice indoeuropea. Il culto dei morti, come quello dei fuochi e la simbologia delle pietre (simbolo del potere civile), quantunque forti nella cultura celtica, non sono una prerogativa dei celti ma derivano dai protoindoeuropei, tanto da essere attestati in modo minoritario anche in altri gruppi etnici indoeuropei chiaramente non celtici, in epoche passate, ma talvolta anche in casi particolari ancora oggi.
    Chi può escludere che in realtà anche gli osci non avessero mantenuto tratti culturali di questo tipo ereditati dai loro progenitori, poi perduti in alcune zone e mantenuti in altre?

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  6. Luciano Comelli27 giugno 2011 16:24

    Una precisazione sulle pietre: i celti (forse a causa del loro luogo di origine e dell'importanza dell'economia estrattiva del ferro nell'esportazione della loro lingua e cultura) davano molta importanza alla simbologia della pietra (si pensi alle innumerevoli leggende che hanno per oggetto delle pietre o dei troni di pietra, ma si pensi anche che tutt'oggi in friulano CLAP (radice celtica, qui al maschile) significa Pietra mentre CLAPE (femminile) significa Associazione o Sodalizio, e questo deriva dal modo arcaico di chiamare le adunanze pubbliche in cui il decano capovillaggio presiedeva al centro su un seggio di pietra simbolo del potere della comunità, chiara usanza celtica).
    MA i DOLMEN e i MENHIR (sia di irlanda/gran bretagna, sia della puglia) NON SONO AFFATTO di origine celtica, ma moltissimo anteriori essendo la loro costruzione risalente quasi alla preistoria! Stonhenge, per capirci, esisteva decine e decine di secoli prima che i celti arrivassero sull'isola, e anche i dolmen pugliesi sono antichissimi, anteriori alle invasioni indoeuropee.
    Ciò ovviamente non esclude però che popoli successivi (celti e non celti) li abbiano "ereditati" o in qualche modo ri-adottati sempre con scopi religiosi e funzioni simboliche, ma la loro mera esistenza in questo o quel luogo non è prova di nulla riguardo alla cultura celtica!

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  7. grazie della tua spiegazione

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  8. Qui a Trieste ( nucleo urbano preistorico ) abbiamo i Castellieri, edificati dagli stessi Celti che vivevano in Austria e Carniola. Per trovare altri resti Celti, bisogna valicare le Alpi a Nord in Karten, Austria. Poi secondo la mappa, i celti sarebbero scesi lungo la penisola scalando gli appennini invece di preferire le pianure costiere, poco auspicabile come scelta logica..

    Al Comelli a Trieste CLAPA significa combriccola (e si dovrebbe scrivere KLAPA , ma falda, sorgente si scrive invece KLAPPE anche in dialetto ma si usa poco, solo i vecchi, dal teutone che impregna il nostro dialetto assai poco veneto, anzi è stato "venetizzato" dopo il 1921 ma con poco successo, per ns fortuna e del Joyce)

    in Italia, al sued avete una radice greca molto forte e nobile che nulla ha da invidiare ad altre culture

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    1. la Cultura dei Castellieri risale al Bronzo Medio (1650 a.C.) e forse anche piu' antica. (studi Montagnari, Gabrovec, Stipcevic, Lonza, Gustin). Ottime pionieristiche opere si ritrovano negli studi condotti da Burton, Marchesetti, Amoroso, Kandler, tra fine '800 e oprimi '900.
      I Celti si presentano nel IV° sec a.C. (V.di studi M. Buora, S. Vitri, P. Cassola-Guida, G.Righi). La cultura dei Castellieri è spesso valutata come una cultura proto-illirica, oppure elemento di congiunzione tra proto-illiri e popolazioni autoctone. Ad essa si legano elementi della Cultura di Lusatz, Campi d'Urne, Hallstatt. Tutte appartenenti al Bronzo Recente-Finale. Che influenzarono etnie quali Paleoveneti, Illiri, Villanoviani, Golasecchiani (Celti stanziali, vedi studi De Marinis, 1980)Non vi è traccia di elementi che portino a considerare presenze galliche come sicure in questi abitati fortificati protostorici. Ne' tantomeno a valutare tribu' galliche come realizzatrici di Castellieri. I castellieri fanno parte di quel tipo di facies culturale che si diffuse un po' ovunque in Europa, e rimanendo in auge anche durante l'età del I° Ferro, a seconda delle zone dove minore era l'impatto e l'influenza culturale di altre piu' sofisticate culture. In Trentino come in Liguria. Per non parlare della Puglia. Per cui,ben poco si è trovato nei castellieri giuliani, se non qualche sporadica fibula lateniana. Non di certo abbastanza per vlutarne la presenza, quanto un possibile commercio, nei tempi in cui, tra IV° e II° a.C. vennero a contatto con i Galli.

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    2. Consiglio, tra l'altro studi eseguiti da Landlfi, sulle presenze lateniane nel Piceno; come di G. Tagliamonte per quanto concerne il Sannio eed il Salento. A quest'ultima zona fa riferimento anche D. Vitali, legando la parte geografica alla sfera dell'attivo mercenariato correlato ai tiranni di Siracusa, tra metà del Iv°-II° sec a.C.

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