Più continuiamo a conoscere, più continuiamo a sentire queste storie come le nostre storie, più riusciremo a costruire un' Italia diversa. R. Saviano

Gabriele Tardio - Il lupo sul Gargano e nella Daunia

Due brevi citazioni di una ricerca di prossima pubblicazione:

"Le ultime uccisioni, al momento accertate, di lupi nella zona di San Marco in Lamis avvennero nel periodo dopo la seconda guerra mondiale. Una sulle Coppe dopo che un lupo aveva ucciso una diecina di pecore a Ramunno e un’altra uccisione avvenne tra la zona della difesa di San Matteo e le Chiancate. Mi è stato riferito che era un enorme lupo maschio, colui che lo ha ucciso (hanno riferito soprannomi contrastanti) lo ha caricato sul suo mulo e ha girato tra i vari contadini per diversi giorni ricevendo vari donativi. Mi hanno riferito che spesso queste visite di questua erano un momento di gioia e di condivisione, il luparo per la questua dopo l’uccisione del lupo si trovò in una masseria a Faccia Favonio – Zazzano durante il pranzo del pancotto pomeridiano così fu invitato ad aggregarsi per il pranzo, ma la bevuta comunitaria è stata talmente abbondante da far ubriacare tutti e portarli a dormire sul saccone di foglie di granturco.
In un altro racconto si riferisce che agli inizi del secolo XX nella difesa di San Matteo ai Quarchioni ci fu l'abbattimento casuale di un lupo. L'uccisore, un tale di nome Iuseppone, si era recato in quella zona per cacciare volpi, ma si trovò davanti una "grossa bestia", la sparò nell’atto istintivo di difesa. Poi ebbe il timore di aver ucciso un grosso cane di un pastore che portava gli animali al pascolo, questo fatto lo indusse ad allontanarsi subito dal luogo per evitare discussioni. Fu un altro cacciatore, un certo Bianchino, che andava a sistemare delle trappole per colombacci a trovare poco dopo il lupo morto ed a scendere subito in paese a darne l'annuncio. Il caso volle che egli incontrasse per primo proprio il "fortunato" cacciatore, ancora scosso dall'avventura accadutagli. Nei giorni successivi, per questo fatto, venne concesso il premio previsto per l'uccisione di animali nocivi da parte del Comune, ma ciò che lo gratificò di più, fu la fama che lo accompagnò per tutta la sua vita e soprattutto il fatto che l'impresa ebbe una tale eco da divenire presto oggetto di rielaborazione, fino a trasformarsi in racconto popolare con le inevitabili aggiunte. La leggenda si limitò infatti a dare colore e sentimento alla cronaca venatoria, come nella scelta dei proiettili utilizzati: le "semenze", i chiodini usati un tempo dai calzolai per fissare il cuoio. Ma si racconta anche dell'operazione di esposizione alla pubblica ammirazione dell'animale morto, appeso alla croce in mezzo al piano come si faceva con i briganti.
Che il XIX secolo vedesse ancora una presenza significativa di questo predatore nella nostra zona, è documentato pure dagli editti che la stessa Intendenza di Capitanata dovette promulgare per far fronte al problema. Così un bando ricordava i premi per la cattura di lupi, e il Sindaco di allora, sia attraverso manifesti che con il banditore, sollecitava a partecipare a battute di caccia all'animale. Una copia del manifesto (186smilies/cool.gif viene riprodotta in fotografia.
“Prefettura della Provincia di Capitanata- Visto essersi in alcuni comuni di questa provincia, e specialmente in quelli del Gargano, ingenerata la falsa credenza che non si accordi più premio agli uccisori di lupi: Manifesta che, essendo tuttavia in vigore in questa provincia le disposizioni degli articoli 181 e 182 della legge 18 ottobre 1819, come anche è ritenuto con una nota del Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio del dì 24 andante, agli uccisori di lupi si dee su le casuali del bilancio comunale, ove non esista apposito articolo, il premio come segue:
per un lupo L. 21,25
per una lupa L. 25,50
per una lupa gravida L. 34,00
per un lupicino L. 12,75
per un lupatello preso nel covile L. 4,25
e che un tal premio si ordina da questa Prefettura in base di analogo verbale del Sindaco, da cui consti della uccisione della belva, e di essersi alla belva stessa mozzate le orecchie. I signori sindaci dei comuni di questa provincia sono pregati di dare al presente la maggiore pubblicità. Foggia, 29 aprile 1868 Il Prefetto Malusardi”

Ci sono altri appunti sparsi che ricordano l’uccisione di lupi e le ricompense che si ricevevano; gli anziani ricordano con quando stupore, loro allora ragazzini, vedevano le carcasse di questi lupi che senza orecchie erano portate in giro per la questua. Le orecchie venivano tagliate dalle autorità che avevano dato il premio per l’uccisione in modo da evitare che con la stessa carcassa si potessero ricevere due volte il premio. Il tagliare l’orecchio era diventato il sinonimo di togliere una parte importante del suo potere malefico al malvagio, per questo motivo lo sfregio veniva fatto anche ad altri animali (cani principalmente) ma anche agli uomini come non ricordare il famoso brigante Angelo Raffaele Villani, alias Recchiomozzo.

.... ... Nella letteratura latina tra l’altro possiamo annoverare alcune brevi citazioni per i lupi garganici.
Nelle Odi di Orazio Flacco
-Ode XIX. (22) dedicata ad Abistio Fusco così recita:
“… Namque me silva lupus in Sabina,/ Dum meam canto Lalagem et ultra/ Terminum curis vagor expeditis,/ Fugit inermem:/ Quale portentum neque militaris/ Daunias latis alit aesculetis,/ nec Iubae tellus generat, leonum/ arida nutrix…”.
Che alcuni traducono: “Io infatti mentre in una selva della Sabina levavo un canto alla mia Lalage, e oltrepassato il limite me ne andavo girovagando senza preoccupazioni, un lupo mi fege fuggire, proprio perché ero disarmato: un mostro tale quale non ne nutra la Daunia, terra militare piena di rovi, e non ne genera la terra di Giuva arida nutrice di leoni…”
mentre altri traducono “… Davanti a me, vedi, mentre inerme vagavo senza pensieri oltre i miei confini, cantando la mia Làlage nella selva sabina, è fuggito un lupo, un mostro che nemmeno nei querceti che ricoprono le Puglie più aspre può vivere, o nascere nei deserti dell'Africa, in questa terra di leoni…”
Alcuni autori sottolineano il fatto che Orazio conosceva bene i lupi dauno-garganici e specificano nelle loro note al testo: “v. 13.14. Quale portentum .Vuole accrescere lo stupore del miracolo. E' non era mica un lupiciattolo da nulla; ma un lupo vi so dir io, che un mostro a quel modo stenta a trovarsene nelle selve della Puglia о ne' deserti dell'Africa ! — militaris Daunias : adiettivo, sottintende terra : è una parte della Puglia presso il monte Gargano, dove i Romani traevano ottime milizie. — Aesculctis. Luoghi piantati di eschii, alberi ghiandiferi come la quercia.”
-Ode 33 dedicata ad Albio Tibullo così recita:
“… Insignem tenui fronte Lycorida/ Cyri torret amor Cyrus in asperam/ declinant Pholoen: sed prius Apulis/ iungenter capreae lupis/ quam turpi Pholoe peccet adultero …”
Che alcuni traducono “L’amore per Ciro incendia l’insign Licoride dalla fronte delicata, però Ciro è incline verso la difficile Foloe: ma dovrebbe accadere che le capre si congiungano con i lupi appuli prima che Foloe pecchi con quel turpe adulterio …”
altri invece traducono “Con la sua bella fronte, per Ciro Licòride avvampa d'amore e Ciro invece la fugge per la scontrosa Fòloe: ma prima che questa si conceda a un amante che disprezza, le capre si uniranno ai lupi delle Puglie.”
In questi due brevi brani ci sono riferimenti espliciti ai lupi che vivevano nella zona abitata dagli Appuli e Dauni. I riferimenti sono molto pregnanti perché esprimono la ferocia di questi animali che forse avevano impressionato personalmente e direttamente Orazio.
Ludovico Ariosto nell’Orlando Furioso al canto VII e alla stanza 3 e 4, secondo quasi tutti i critici riutilizza l’espressione di Orazio riferita ai lupi della Puglia, riferisce: “... Era montata, ma non a cavallo;/ invece avea di quello un lupo spinto:/ spinto avea un lupo ove si passa il fiume, con ricca sella fuor d' ogni costume./ Non credo ch'un sì grande Apulia n’abbia:/ egli era grosso ed alto più d'un bue …”

Fonte: Sanmarcoinlamis.eu
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