Più continuiamo a conoscere, più continuiamo a sentire queste storie come le nostre storie, più riusciremo a costruire un' Italia diversa. R. Saviano

La storia sconosciuta dei pugliesi in Crimea, emigrati e poi deportati

La presenza di popolazioni italiane in Ucraina e Crimea ha una lunga storia che rimonta ai tempi dell'Impero romano e della Repubblica di Genova e di Venezia: addirittura a fine Settecento un abitante su dieci di Odessa era italiano.

Nel 1830 e nel 1870 giunsero in Crimea, nel territorio di Kerč, due flussi migratori provenienti dall'Italia, soprattutto dalle località pugliesi di Trani, Bisceglie e Molfetta, allettati dalla promessa di buoni guadagni e dal miraggio di fertili terre quasi vergini.
Erano soprattutto agricoltori, marinai (pescatori, nostromi, piloti, capitani) ed addetti alla cantieristica navale. La città di Kerč si trova infatti sull'omonimo stretto che collega il Mar Nero col Mar d'Azov. Qui costruirono nel 1840 una Chiesa cattolica romana, detta ancora oggi la chiesa degli Italiani. Da Kerč gli Italiani si diffusero anche a Feodosia (l'antica colonia genovese di Caffa), Simferopoli, Mariupol ed in alcuni altri porti russi della penisola di Crimea, soprattutto a Batumi e Novorossijsk.
Secondo il "Comitato statale ucraino per le nazionalità", gli Italiani sarebbero stati nel 1897 l'1,8% della popolazione della provincia di Kerč, percentuale passata al 2% nel 1921. Alcune fonti parlano specificatamente di tremila persone.
Nel 1920 la chiesa di Kerč ebbe un parroco italiano, una scuola elementare, una biblioteca, una sala riunioni, un club e una società cooperativa. Il giornale locale Kerčenskij Rabocij in quel periodo pubblicava regolarmente articoli in lingua italiana.
Con l'avvento del comunismo, gli Italiani vennero perseguitati con l'accusa di essere fascisti, e parte di essi fu costretta rimpatriare.

A metà degli anni venti gli emigrati italiani antifascisti rifugiati in Unione Sovietica cominciarono ad interessarsi della minoranza italiana: le autorità sovietiche li inviarono da Mosca perché sovraintendessero la comunità. Essi ottennero la chiusura della chiesa grazie alle accuse di propaganda antisovietica contro il parroco che venne costretto a rientrare in Italia.
Nel quadro della collettivizzazione forzata delle campagne gli Italiani furono obbligati a creare un Kolchoz che prese il nome di "Sacco e Vanzetti". Quelli che non vollero farne parte furono obbligati ad andarsene, lasciando ogni avere. A seguito di ciò, nel censimento del 1933 la percentuale degli italiani scese all'1,3% della popolazione della provincia di Kerč.

Infine, tra il 1935 e il 1938 le purghe staliniane fecero sparire nel nulla molti Italiani, arrestati con l'accusa formale di spionaggio.
Nel 1942, a causa dell'avanzamento della Wehrmacht in Ucraina e in Crimea, le minoranze nazionali presenti sul territorio finirono deportate con l'accusa di collaborazionismo, seguendo l'infelice destino della minoranza tedesca, già deportata nell'agosto 1941 durante l'Operazione Barbarossa. La deportazione della minoranza italiana iniziò il 29 gennaio 1942. L'intera comunità, compresi i rifugiati antifascisti che si erano stabiliti a Kerč, venne radunata. Poterono portare con sé un massimo di 8 chilogrammi di bagaglio a testa, quindi iniziarono il viaggio verso l'Asia su tre convogli di vagoni piombati.

Lo stretto di Kerč e il Mar Caspio furono attraversati con navi dove gli italiani vennero confinati nella stiva. Il viaggio durò fino a marzo in quanto i convogli procedettero molto lentamente. Quasi metà dei deportati, tra cui tutti i bambini, morì nel viaggio. I cadaveri venivano buttati fuori dai soldati durante le ispezioni dei vagoni. Una madre finse addirittura che il suo bimbo fosse vivo, simulando di allattarlo, per poterlo seppellire lei stessa.
Il convoglio attraversò i territori di Ucraina, Russia, Georgia, Azerbaigian, Turkmenistan, Uzbekistan e Kazakistan. Via mare da Kerč a Novorossijsk, poi via terra fino a Baku, quindi fu attraversato il Caspio fino a Krasnovodsk ed infine, nuovamente su binari, sino ad Atbasar dove vennero poi sistemati ad Akmolinsk e Karaganda in baracche di fortuna e abbandonati.

Narra Giulia Boiko nel suo libro: 

Tutta la strada da Kerch al Kazakistan è irrigata di lacrime e di sangue dei deportati o costellata dai nostri morti, non hanno nè tombe nè croci

Ulteriori vittime si ebbero in Kazakhstan per i maltrattamenti subiti. Si calcola che forse sopravvisse solo il 20% dell'intera popolazione.
I pochi sopravvissuti rientrarono a Kerč sotto la presidenza di Kruscev.
Alcune famiglie si dispersero sul territorio dell'ex Unione Sovietica, negli attuali stati di Kazakistan, Uzbekistan e Russia di cui alcuni nella Repubblica dei Komi.

La popolazione degli italiani di Crimea ammonta attualmente a circa trecento persone, residenti soprattutto a Kerč.

A distanza di 70 anni da quei fatti, le Autorità Ucraine non hanno ancora riconosciuto la deportazione della comunità italiana, né sul piano storico né su quello giuridico, a differenza di quanto avvenuto per le altre comunità nazionali coinvolte (tartara, tedesca, greca, armena, bulgara). Mentre le Istituzioni Italiane non sono finora riuscite a far riconoscere lo status di comunità deportata e a concedere, per quanto di loro competenza, la cittadinanza ai sopravvissuti e ai discendenti dei deportati, una comunità oramai ridotta a 300 componenti.

Il video-documentario è visibile qui
Aggiornamento: purtroppo il filmato è stato rimosso ma per richieste specifiche potete inviare una mail a info@amaraterracom
Prendete e condividetene tutti, questo è il nostro blog offerto in sacrificio per voi!

1 commento:

  1. Un bel articolo. Davvero una storia sconosciuta per me. Grazie.

    RispondiElimina

I commenti offensivi saranno cancellati