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Mestieri di una volta: il gualano

di Michele Giuliano da San Paolo Civitate 


Avete mai provato a bruciare una fotografia?.....La fiamma avanza lentamente e consuma la carta lasciando intatto il negativo dell’immagine. Quasi restasse soltanto la pellicola che si dissolve poi sbriciolandosi in mille pezzi tra le mani oppure ad un semplice soffio di fiato. Che strana malattia è l’alzheimer! Ruba e brucia lentamente…uno ad uno tutti i tuoi ricordi. Comincia dai più recenti e giù giù sino a farti diventare un album senza più una foto. Ti svuota la mente, la memoria sino ad asciugare totalmente i tuoi pensieri. A renderti solo un involucro che difficilmente si riesce a penetrare, capire, interpretare. Asciuga poi il tuo corpo suggendone dall’interno il midollo della vita e ti sterilizza rendendoti simile ad una larva. Non sono mai riuscito a capire quanto possa soffrire un malato di alzheimer! Quanto possa rendersene conto! 
Eppure l’esperienza non mi manca. Ho già scritto delle mie due nonne. Una di queste viveva in casa con noi mentre l’altra che da sempre era abituata a stare da sola, viveva in una casetta alla periferia del paese. Ulisse Anna Maria Vincenza, la mia nonna paterna, era rimasta vedova molto presto e con tre figli da allevare. Il più piccolo dei tre, Leonardo, mio padre, all’età di cinque anni era stato avviato al lavoro perché c’era bisogno di mangiare! La nonna invece lavorava nei campi sotto padrone ed era incaricata spesso di reperire la manodopera femminile. Era una donna forte abituata alla solitudine ed a cavarsela in ogni situazione. Almeno fino a quando non fu colpita da alzheimer! Allora non poté più stare da sola anche perché essendo un tipo molto espansivo attaccava bottone con ogni passante e quanto veniva colta dalla voglia di andare in giro, si avviava e cercava di andare e non c’era verso di fermarla. Anzi se qualcuno cercava di arrestare il suo cammino, spesso si alterava sino a diventare violenta. In quei momenti sembrava possedere una forza incredibile.

Mia madre, che pure è sempre stata una donna robusta non riusciva a trattenerla. Così i figli decisero di tenerla presso le proprie case a turno, due mesi ciascuno. Ovviamente silenzio totale in paese….a San Paolo, la malattia era vissuta con una ignominia, un castigo divino. Non so se ancora oggi è così! Guai a parlarne. Se qualcuno chiedeva notizie della nonna semplicemente bisognava rispondere che non stava bene. In quel periodo frequentavo il Ginnasio a Foggia presso il Ginnasio Liceo Lanza e alloggiavo a Troia presso i Missionari Comboniani. Tornavo a casa solo nei mesi estivi. Vedere la nonna in quelle condizioni mi faceva molto male. Non dormiva mai e la controra, chiuse le imposte, lei si sedeva sulla seggiola dietro i vetri e osservava le persone passare. Parlando da sola di episodi per noi incomprensibili. Ogni tanto la sentivo cantare sottovoce. Ricordo in modo particolare queste parole: “Ualànn s’ìma sta da cr’st’jièn, tu n’n passànn ‘cchiù p’ stì cumbìn….” – Gualano, se dobbiamo rimanere in buoni rapporti, tu non passare più per questi confini…” Era chiaramente una allusione alle sue esperienze di lavoratrice nei campi. Veniva citato un certo “Gualano” di cui nessuno della nostra famiglia aveva conoscenza. Quando poi dava in escandescenze e diventava violenta solo io riuscivo a placarla. La cingevo tra le mie braccia con forza prendendola dalle spalle e cominciavo a parlale lentamente, dolcemente quasi sussurrandole tra i capelli. Lei si girava con il viso e mi chiedeva: “Ma tu chi a sì?” Allora io mi inventavo nomi di inverosimili personaggi e le raccontavo strane storie fantastiche. A volte le dicevo di essere il suo fidanzato. Piano piano si calmava ed io allentavo la presa. Mio padre, mi aveva suggerito di parlarle di un certo “Giuànn Cammìsc” di cui sembra che lei fosse stata segretamente innamorata in gioventù. Allora le sussurravo: “ Vìd ca jì so Giuànn Cammìsc……mo pigghij e t’ port ch’ mè”. Lei si ammorbidiva e mi diceva…Nooo! no! Jì so piccqu’l, tèngh pavùr. S’ m’ vù ha jì parlà ch’ màmm e pàt’m”. Solo in questo modo si calmava e ritornava ad addolcirsi. Me ne accorgevo dagli occhi. E’ strano, ma guardando negli occhi un malato di alzheimer ho sempre avuto la chiara sensazione di essere ascoltato e capito. Comunque l’alzhaimer, questa strana malattia non da scampo e, arrivata la sua ora anche lei morì. Sono passati gli anni, ma di tanto in tanto nella mia vita mi tornava in mente quella nenia e mi chiedevo sempre chi fosse “Gualano”. Un giorno, quasi per caso, mentre leggevo di antichi mestieri ormai scomparsi. Mi sono trovato di fronte a questo: “gualano” s. m. [voce dei dialetti meridionali, dal provenzale “galan” «giovane garzone». Nell’Italia meridionale era un lavoratore agricolo a contratto annuo. Addetto alla custodia di terre o alla cura e al governo di animali (equini e bovini) che impiega nei lavori di trasporto o di aratura. Il gualano era un mestiere molto diffuso in passato. Era un mestiere a stretto contatto con l’agricoltura. Consisteva nel guidare alcune specie di animali a svolgere determinati lavori nell'agricoltura, come ad esempio l'aratura. In passato quando la tecnologia era ancora in fase di sviluppo, erano utilizzati gli animali come forza lavoro come ad esempio i buoi, gli asini, i cavalli, ecc. Il gualano non faceva altro che legare i buoi all'attrezzo da utilizzare, come ad esempio nel caso dell'aratura legava i buoi all'aratro per poi spronarli nell'eseguire la lavorazione. 

Il gualano era un elemento molto importante nell'agricoltura. Era essenziale in tutte le fasi lavorative, dall'aratura al raccolto. Oggi grazie al progresso tecnico la figura del gualano è ormai scomparsa e al posto dei buoi sono utilizzate le macchine agricole. Eccolo dunque il gualano: figura di un mestiere scomparso! Di una età che non è più! Sicuramente la canzone che mia nonna ricordava era una di quelle che le lavoranti cantavano mentre espletavano il proprio lavoro nei campi. E mia nonna benché presa da quella terribile malattia mangiaricordi….ne ha ricordato sempre perfettamente fino all’ultimo parole e melodia! Spero che almeno nell’aldilà non ci siano “cumbìn” e che “pozza sta da cr’st’ijèn” con il suo “GUALANO”! 


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