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«La Legge» della mafia garganica, feroce oggi come sessant’anni fa

di Giuseppe Sansonna


La descrizione della sua prepotenza e il servilismo fatalista della gente erano già presenti nel romanzo del francese Roger Vailland (1956) e nel film omonimo di Jules Dassin, ambientato in una Carpino che nella versione italiana divenne un paesino della Corsica

In quest’epoca di sovresposizione drammaturgica della malavita, traGomorree Suburre fin troppo glamour, allignava da tempo, nella penombra garganica, una mafia quasi ignorata dai media. Il sangue innocente, versato all’improvviso, ha spianato i riflettori sull’efferatezza di questa congrega di ex allevatori, assurti a trafficanti internazionali. Arcaicamente dediti a smaltire i cadaveri dei nemici nei trogoli dei maiali, o sul fondo delle locali gole carsiche. Un fenomeno dai germi antichi, colti in embrione, nell’estate del 1956, dal parigino Roger Vailland. Scrittore di matrice surrealista, vagava da flaneur tutto il giorno, per le campagne garganiche. 
Raccogliendo rosmarino, lauro e cipolle selvatiche, osservava stupito «uomini seduti per ore e ore sugli scalini di casa, immobili, muti, in contemplazione del nulla». Dietro il servilismo fatalista di tanti poveri cristi intravide una prepotenza organizzata, una mafia garganica che ancora non esisteva.



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